Espressione di una sofferenza psichica su un organo o un apparato corporeo, mediante la comparsa di sintomi fisici
Introduzione
“Ma io non ho ansia, ho solo questo dolore, che non mi lascia in pace”.
“No dottore, non sono preoccupato per nulla, vorrei solo che i fastidi allo stomaco sparissero”.
“Se questo acufene se ne andasse potrei trovare un po’ di pace, altrimenti per forza che son nervoso!”.
Cosa accomuna queste frasi? La presenza di un sintomo che non è di competenza primariamente psichiatrica, e l’esclusione soggettiva del paziente che possa esserci una qualche forma di tensione o ansia come sintomo del quadro di base.
Cefalea, dolori a tutti i distretti del rachide, algie alle articolazioni, difficoltà a deglutire, problemi di digestione, ipersensibilità cutanea, capogiro, parestesie, ronzii alle orecchie, disturbi del sonno, etc. Potrei continuare.
Si tratta di pazienti che – a buon diritto – incontrano molti specialisti, prima di arrivare infine dallo psichiatra. Mi vengono mandati quando gli esami strumentali o biochimici sono negativi oppure, pur debolmente positivi, non sono sufficienti a spiegare una tale severità clinica. Così, i miei colleghi propendono per una spiegazione psichica, “funzionale” per così dire.
Ma cosa sono questi disturbi? Come vengono spiegati dal punto di vista psichiatrico? A che diagnosi corrispondono?
Il più delle volte possono essere spiegati come una forma d’ansia che ha manifestazioni tutte fisiche. Non è consueto, nel senso che, solitamente, c’è almeno un qualche correlato psichico. Ad esempio, il paziente sa dire che i suoi sintomi fisici peggiorano se si trova ad affrontare una situazione stressante, quindi riesce ad immaginare che, di fronte ad un ambiente stabile, soffre meno. D’altra parte è possibile che, in certi individui, non vengano riportati tanto aspetti psichici dell’ansia (anticipazione pessimistica del futuro, ruminazioni sul passato, aumentata allerta, paura di eventi imprevisti e altre declinazioni) e che questa su esprima quasi esclusivamente su un piano fisico. Quindi potrebbe essere posta una diagnosi di Disturbo Ansioso Generalizzato con maggior componente somatica. Se si indaga bene, a colloquio, poi si scopre che, sotto sotto, c’è eccome dell’ansia, di cui magari l’individuo non è completamente consapevole.
Ma, proprio perché il quadro clinico è sfumato, il DSM ammette un altro capitolo, quello dei Disturbi da Sintomi Somatici, che ha inglobato tanti Disturbi autonomi nelle precedenti versioni del DSM e anche nell’immaginario comune (es. “Ipocondria”). In questi disturbi non è tanto l’ansia che viene chiamata in causa, quanto l’interferenza che alcuni sintomi fisici hanno sul funzionamento dell’individuo a prescindere da essa.
Esistono anche altri quadri clinici dove il soma si fa sentire in modo prepotente, ad esempio alcune forme depressive, specialmente nell’età avanzata, oppure in alcuni disturbi di personalità.
A prescindere dalla eventuale diagnosi psichiatrica, quello che mi preme specificare è che, non perché non esiste una base organica ben definita al proprio disturbo fisico, allora esso è meno meritevole di attenzione e cura.
Esistono delle spiegazioni complesse, di tipo neurofisiopatologico ma anche psicologico che ci spiegano come il dolore e le sfumature di questo siano complesse, di non univoca interpretazione e interconnesse. Ne parleremo nelle prossime puntate.
Partiamo sempre dal presupposto che, se sentiamo qualcosa, beh… siamo noi a sentirlo! E quindi meritiamo di ricevere una attenzione priva di giudizio da parte degli specialisti. L’esclusione di un fattore biologico specifico deve essere certa (se non fosse altro per le implicazioni terapeutiche), ma quando anche così fosse, quel disagio non perde di valore.
Perché noi non perdiamo mai di valore. Sia nella psiche che nel soma.
Vi aspetto nei commenti per condividere, se volete, la vostra esperienza. Nelle prossime puntate affronteremo chiavi di lettura diverse per interpretare questi sintomi.
