Fedez, 2024

Ipse Dixit: Fedez, 2024

Sono riuscito ad avere l’esperienza peggiore tramite gli psicofarmaci. Ne prendevo sette tutti insieme. Fino al punto che balbettavo.

Parlare della salute mentale è importante. A Fedez va il merito di aver portato sui social una certa risonanza sul tema.
L’intervista della giornalista Chiara Bidoli al noto artista, svoltasi pochi giorni fa presso il Circolo dei Lettori di Torino, in collaborazione con Fondazione Fedez, è disponibile su YouTube. Tocca numerosi punti, e merita di essere ascoltata nella sua interezza (40 minuti circa), a mio parere, prima di farsi una idea completa (attenzione, contiene numerosi trigger!).

Una delle dichiarazioni che è stata estrapolata dai media è quella al centro di questo Post. Al minuto 9, Fedez dice:

Sono riuscito ad avere l’esperienza peggiore tramite gli psicofarmaci. Prendevo sette psicofarmaci tutti insieme. Per curare la reazione avversa di uno psicofarmaco, il dottore mi prescriveva un altro psicofarmaco. Fino al punto che balbettavo.

Ora, la frase è delicata. Non è in se stessa errata. È possibile che un individuo assuma una polifarmacoterapia (cioè tanti farmaci insieme)? Sì. Può capitare che una delle molecole contenute in quel trattamento dia effetti indesiderati? Sì. È possibile che un medico associ, ad un primo farmaco, un secondo per contrastare gli effetti del primo? Non è consueto, c’è da capire, ma sì. Infine, uno degli effetti dei miei farmaci può essere alterazione dell’eloquio? Anche.
Nel video, Fedez nomina alcune molecole e alcuni meccanismi d’azione. Parla degli effetti indesiderati che ha sperimentato. Suggerisce che lo psichiatra sia stato poco attento nel trattare la sua condizione. Cita l’effetto rebound dovuto alla sospensione di molecole farmacologiche (cfr. altro mio Post in merito). Afferma che tale condizione gli ha causato una depressione marcata/farmacoresistente.
Tutto può essere. Non possiamo dubitare dell’esperienza di un individuo se non la conosciamo, e anche nel dettaglio.
Un’esperienza, per definizione, è soggettiva. Questo significa che la sua validità è sempre vera. E anche qualora noi non riusciamo a comprendere o a credere ad una certa esperienza, diventa interessante chiedersi perché quell’individuo la racconta in un certo modo. Questo è particolarmente vero nella mia disciplina, anche a fini di cura.

Ognuno ha il diritto di poter esprimere la propria vicenda. Quello che cambia tra un personaggio famoso e una persona senza pubblico è, naturalmente, “solo” la cassa di risonanza delle sue parole. Pertanto, nella scelta dei termini, è fondamentale mantenere cautela e neutralità sempre, ma a maggior ragione se so che mi ascolteranno in tanti.
Tenere a mente la reazione emotiva dell’Altro alle nostre parole o ai nostri gesti è un concetto cruciale nella mia materia, ma dovrebbe essere parte della quotidianità di tutti noi.

In questo senso, è stato utile nominare i farmaci esplicitamente? Direi proprio di no. Che è poi il motivo per cui non li riporto. Cosa potrà pensare un individuo che si vede suggerita quella molecola ad una prima visita psichiatrica? Forse “Ma questa è la medicina che ha citato Fedez, e ha detto che l’ha fatto stare male!”. Questo è il punto! In realtà Fedez dice che è stato l’insieme delle medicine che non l’ha aiutato, e non dice il nome di quella che potrebbe avergli dato disturbi della parola. Ma questa è una sottigliezza, forse non coglibile.

Quindi mi preme stabilire in modo incontrovertibile: la polifarmacoterapia è un’eccezione, non certo la regola. È possibile, anzi doverosa a volte, ma raramente si raggiungono sette farmaci, persino in un reparto di psichiatria. Non è impossibile, e se anche vi capitasse di conoscere qualcuno che la assume, potreste scoprire che, dato il suo disturbo di base, non sta affatto male con quel trattamento. Ancora, ogni esperienza è soggettiva.

Quello che sto suggerendo, quindi, è che chi ha notorietà, dovrebbe sempre controbilanciare la propria esperienza suggerendo alternative valide, diluendo il proprio vissuto con informazioni corrette in termini etici e scientifici, specialmente quando si parla di salute. Dopo questa prima affermazione, in effetti, non c’è alcuna alternativa. Se ci si ferma a questo punto dell’intervista, il messaggio, concorderete, suona così: “Occhio ai farmaci, raga, perché a me ne hanno dati un sacco e sono stato malissimo”. Fine.

I media hanno raccontato questo pezzo qui. Io però l’intervista me la sono ascoltata tutta. E al minuto 32:31 Fedez, nel rispondere ad una domanda del pubblico, dice:

Probabilmente, se un dottore te lo dice, hai anche bisogno di farmaci. Il consiglio che vi do, se mai dovessero prescrivervi dei farmaci, è di non abbandonare mai la terapia. L’errore che ho fatto io è che, quando i farmaci mi hanno dato sollievo, ho abbandonato la terapia e poi ero una macchina allo sbando.

Ecco, questo è il contrappeso alla prima affermazione. Vedete come, improvvisamente, viene riportato equilibrio sulla figura dello psichiatra, sul ruolo dello psicofarmaco e viene diluita l’assolutezza dell’affermazione di prima.

Ancora, al minuto 36 circa: “Faccio tanta terapia, ho trovato la mia molecola. Tra gli psicofarmaci devi trovare il tuo. Poi devo lavorare moltissimo su te stesso”. Questo è quello che mi sentite ripetere numerosissime volte, cioè che l’associazione tra neuropsicofarmacologia e psicoterapia è meglio che una sola delle due alternative, quasi sempre.

Il messaggio finale che mi sento di sottolineare è che parlare di salute mentale è importante, e farlo nei giusti modi ancora di più. Quando ho letto le testate giornalistiche ho provato molta rabbia, perché quella frase, da sola, getta ombra sul ruolo mio e dei miei farmaci. Ma c’è un altro pezzo che va ascoltato. Quindi, ancora una volta, ricordiamoci l’importanza di scegliere fonti di informazione complete e di verificare. A volte si scoprono dettagli importanti, che cambiano l’atmosfera generale di un discorso.
Fedez è stato preciso? No, personalmente l’ho trovato un po’ goffo e imprudente. Ma poi ha riequilibrato le sue affermazioni. Forse si poteva veicolare il concetto meglio fin da subito?, ad esempio: “Questa è la mia esperienza, ma è la mia, appunto, non prendetela come qualcosa di assoluto”. Certo, sarebbe stato particolarmente proficuo, a mio giudizio, proprio perché la salute mentale è un argomento delicato.

Credo che nel modo in cui ci esprimiamo ci sia un grande potere. Per gestire un potere così grande bisogna fare attenzione, sempre. Raccontare la propria vicenda non equivale a fare divulgazione.
La responsabilità è sia di chi genera informazione, nel scegliere parole caute, sia di chi la fruisce, nel prediligere sorgenti sicure e sostenute da una autorevolezza di fondo.

Scegliamo con cura cosa dire. Scegliamo con cura chi e cosa ascoltare. Vi leggo nei commenti!

Loredana Bertè, 2024

Io sono pazza di me

Loredana Bertè ci canta una parola che non amo particolarmente, perché non ha un valore clinico specifico, ma spesso viene usata in modo derisorio. D’altra parte, impugnata e sventolata come in questa canzone, diventa una rivalsa di chi, nella vita, in quella parola si è sentito cacciare a forza, a più riprese, per ignoranza o iniquità.

Pazza non è nessuno, ed è ognuno.
“Sei pazzo” è un’espressione colloquiale, ma ricorda le origini dalla mia disciplina, quando lo psichiatra era il medico dei matti, di quelli senza speranza. Dentro a questa parola ci sono dolore, tabù, svilimento, ma anche la possibilità di rinnovamento, se usata in modo rivoluzionario.

Voglio accompagnarvi in questa canzone, e offrirvi una riflessione su alcuni passaggi, che credo siano molto importanti sia per la mia utenza, sia per me stesso, come professionista. Perché sì, anche lo psichiatra, persino oggi, subisce spesso un pregiudizio da parte di colleghi di altre discipline.

Ok ti capisco, se anche tu te ne andrai via da me

Non è infrequente che, in una relazione con un individuo con un disturbo psichico, il partner decida di interrompere il rapporto proprio a causa dei sintomi clinici. Questo in realtà, in modo più esteso, vale anche nei rapporti di amicizia e, perfino, in quelli parentali. Naturalmente, è sacrosanto per ognuno decidere di mettere fine ad una relazione. Quello che non dovrebbe accadere, però, è la mancanza di pazienza. Spesso incontro situazioni dove la separazione avviene ancor prima dell’inizio di una cura. Pensiamo di attendere il nostro Altro finché riesca ad accedere ad un percorso dedicato, e di stare con lui, in quel tragitto, per vedere cosa cambia. Alcuni disturbi possono rendere difficile una relazione. D’altra parte, esistono tante patologie medico-internistico che implicano altrettanto sforzo un partner. Ma, chissà come, sono meno stigmatizzate di quelle psichiche…

E sono pazza di me, sì perché, mi sono odiata abbastanza

Dopo mesi o anni di malattia psichica si può finire per sviluppare sentimenti avversi verso la propria condizione e verso se stessi. O, peggio, verso la vita nel suo complesso. Tutto questo, in parte, è inevitabile. Dall’altra, dobbiamo sempre sforzarci di ricordare che noi non siamo il nostro disturbo. Pertanto, chi odiamo non è la nostra stessa persona, ma una versione di questa, ammalata. E, pensateci, proprio perché ammalata dovrebbe ricevere comprensione e amore. Non dobbiamo mai cedere alla pressione della società, che può farci sentire sbagliati perché non uniformi a standard (irrealistici) di salute psichica o, più in generale, di successo nella vita.

Non ho bisogno di chi mi perdona io, faccio da sola, da sola

Il vissuto soggettivo di inadeguatezza e colpa per il disturbo psichico spesso ci porta a ritenerci guasti, colpevoli, bisognosi di un riscatto. Questo tipo di vissuto dipende da una serie di stereotipi sulla malattia mentale, che affondano radici in un passato antico di pregiudizio e stigma. Il nostro disturbo, transitorio o stabile che sia, è una parte di noi. E, nello sforzo di volerci bene, dobbiamo imparare a guardarlo con occhi buoni. Dobbiamo imparare a scusarci e lasciar andare gli errori che, eventualmente, potremmo aver commesso nel nostro passato, perché di fatto sono dipesi da una forma di malattia, quella psichica, che ha la stessa dignità di quella fisica. Mettiamola così: se per errore urto un vaso costoso con il mio braccio ingessato, perché l’ho fratturato, devo sentirmi in difetto e chiedere il perdono di Altri? Posso esprimere dispiacere – che è ben diverso! – e agire riparazione con i mezzi a mia disposizione, se voglio. Ma non ho colpe. Nel concetto di colpa c’è tutto un mondo di svalutazione e manchevolezza, messoci addosso da Altri o da noi stessi. Ma noi valiamo. Sempre. E solo noi possiamo crederlo e perdonarci.

Prima ti dicono basta sei pazza e poi, poi ti fanno santa

Quante volte capita di essere criticati per la nostra eccessiva sensibilità, salvo poi essere ricercati per un ascolto, nel momento del bisogno? Chi ha tratti ossessivi può soffrire commenti non proprio lusinghieri dai propri amici, ma anche incarichi per cui è richiesta una particolare perizia: si sa che il perfezionismo tornerà utile a tutto il gruppo! Chi è prono a funzionare in modo ipomaniacale finisce per ricevere più lavoro dei propri colleghi, con la certezza, da parte del committente, che l’iperproduttività servirà a tutta l’azienda. Sono solo esempi, che ci permettono di capire che dovremmo poter contare sul supporto degli Altri sempre, non solo quando i tratti del nostro disturbo ci rendono utili, ma anche e soprattutto quando stiamo meno bene. Se questo non accade, cerchiamo di farlo notare, senza accettare trattamenti sottilmente sfruttanti.

Scusa se ti ho fatto male, forse non sono normale, è un forse

Trovo questa frase emblematica! Cos’è la normalità? Domanda da un milione di dollari… Esiste? Forse no… Quello che sappiamo è che la malattia psichica può alterare la nostra affettività, il nostro pensiero, i nostri comportamenti; ma si tratta, appunto, di una questione medica. Non è un gioco o un vizio. È quasi sempre qualcosa di transitorio. Possiamo dispiacerci per il dolore provocato e – torno a dire, forse – anche fare ammenda, ma sempre ricordandoci che, nella mancanza di una intenzione a ledere, non c’è spazio per un giudizio impietoso da parte dell’Altro. Meritiamo di essere (ri)accolti, perché non siamo stati bene, e nel frattempo abbiamo fatto un lavoro, abbiamo seguito una cura regolare che ci ha aiutato. E, nel mentre, l’Altro che fine a fatto?
E poi, quante persone, là fuori, vivono senza una malattia psichica, eppure fanno del male e non chiedono affatto scusa? Dov’è la normalità, a questo punto? Forse è tutto molto più complesso di “normale”…

Chi ha popolarità ha anche grande responsabilità nel sensibilizzare i propri utenti. La storia della salute psichica della Bertè non è un segreto. Con questa canzone, Loredana ha fatto della sua storia un vestito coloratissimo, da indossare orgogliosamente. Ci dà un esempio: non subisco il mio passato: ci lavoro, lo elevo e lo celebro.

Questo è l’augurio che ho per ognuno: prendiamo la stoffa che abbiamo chiuso nel cassetto più profondo dell’armadio, tagliamola e cuciamola per indossare un capo da mostrare agli Altri. Facciamo amicizia con il nostro abito, le sue pieghe, le sue sfumature.

Potremmo scoprire che è più leggero di quello che credevamo.