Sono riuscito ad avere l’esperienza peggiore tramite gli psicofarmaci. Ne prendevo sette tutti insieme. Fino al punto che balbettavo.
Parlare della salute mentale è importante. A Fedez va il merito di aver portato sui social una certa risonanza sul tema.
L’intervista della giornalista Chiara Bidoli al noto artista, svoltasi pochi giorni fa presso il Circolo dei Lettori di Torino, in collaborazione con Fondazione Fedez, è disponibile su YouTube. Tocca numerosi punti, e merita di essere ascoltata nella sua interezza (40 minuti circa), a mio parere, prima di farsi una idea completa (attenzione, contiene numerosi trigger!).
Una delle dichiarazioni che è stata estrapolata dai media è quella al centro di questo Post. Al minuto 9, Fedez dice:
Sono riuscito ad avere l’esperienza peggiore tramite gli psicofarmaci. Prendevo sette psicofarmaci tutti insieme. Per curare la reazione avversa di uno psicofarmaco, il dottore mi prescriveva un altro psicofarmaco. Fino al punto che balbettavo.
Ora, la frase è delicata. Non è in se stessa errata. È possibile che un individuo assuma una polifarmacoterapia (cioè tanti farmaci insieme)? Sì. Può capitare che una delle molecole contenute in quel trattamento dia effetti indesiderati? Sì. È possibile che un medico associ, ad un primo farmaco, un secondo per contrastare gli effetti del primo? Non è consueto, c’è da capire, ma sì. Infine, uno degli effetti dei miei farmaci può essere alterazione dell’eloquio? Anche.
Nel video, Fedez nomina alcune molecole e alcuni meccanismi d’azione. Parla degli effetti indesiderati che ha sperimentato. Suggerisce che lo psichiatra sia stato poco attento nel trattare la sua condizione. Cita l’effetto rebound dovuto alla sospensione di molecole farmacologiche (cfr. altro mio Post in merito). Afferma che tale condizione gli ha causato una depressione marcata/farmacoresistente.
Tutto può essere. Non possiamo dubitare dell’esperienza di un individuo se non la conosciamo, e anche nel dettaglio.
Un’esperienza, per definizione, è soggettiva. Questo significa che la sua validità è sempre vera. E anche qualora noi non riusciamo a comprendere o a credere ad una certa esperienza, diventa interessante chiedersi perché quell’individuo la racconta in un certo modo. Questo è particolarmente vero nella mia disciplina, anche a fini di cura.
Ognuno ha il diritto di poter esprimere la propria vicenda. Quello che cambia tra un personaggio famoso e una persona senza pubblico è, naturalmente, “solo” la cassa di risonanza delle sue parole. Pertanto, nella scelta dei termini, è fondamentale mantenere cautela e neutralità sempre, ma a maggior ragione se so che mi ascolteranno in tanti.
Tenere a mente la reazione emotiva dell’Altro alle nostre parole o ai nostri gesti è un concetto cruciale nella mia materia, ma dovrebbe essere parte della quotidianità di tutti noi.
In questo senso, è stato utile nominare i farmaci esplicitamente? Direi proprio di no. Che è poi il motivo per cui non li riporto. Cosa potrà pensare un individuo che si vede suggerita quella molecola ad una prima visita psichiatrica? Forse “Ma questa è la medicina che ha citato Fedez, e ha detto che l’ha fatto stare male!”. Questo è il punto! In realtà Fedez dice che è stato l’insieme delle medicine che non l’ha aiutato, e non dice il nome di quella che potrebbe avergli dato disturbi della parola. Ma questa è una sottigliezza, forse non coglibile.
Quindi mi preme stabilire in modo incontrovertibile: la polifarmacoterapia è un’eccezione, non certo la regola. È possibile, anzi doverosa a volte, ma raramente si raggiungono sette farmaci, persino in un reparto di psichiatria. Non è impossibile, e se anche vi capitasse di conoscere qualcuno che la assume, potreste scoprire che, dato il suo disturbo di base, non sta affatto male con quel trattamento. Ancora, ogni esperienza è soggettiva.
Quello che sto suggerendo, quindi, è che chi ha notorietà, dovrebbe sempre controbilanciare la propria esperienza suggerendo alternative valide, diluendo il proprio vissuto con informazioni corrette in termini etici e scientifici, specialmente quando si parla di salute. Dopo questa prima affermazione, in effetti, non c’è alcuna alternativa. Se ci si ferma a questo punto dell’intervista, il messaggio, concorderete, suona così: “Occhio ai farmaci, raga, perché a me ne hanno dati un sacco e sono stato malissimo”. Fine.
I media hanno raccontato questo pezzo qui. Io però l’intervista me la sono ascoltata tutta. E al minuto 32:31 Fedez, nel rispondere ad una domanda del pubblico, dice:
Probabilmente, se un dottore te lo dice, hai anche bisogno di farmaci. Il consiglio che vi do, se mai dovessero prescrivervi dei farmaci, è di non abbandonare mai la terapia. L’errore che ho fatto io è che, quando i farmaci mi hanno dato sollievo, ho abbandonato la terapia e poi ero una macchina allo sbando.
Ecco, questo è il contrappeso alla prima affermazione. Vedete come, improvvisamente, viene riportato equilibrio sulla figura dello psichiatra, sul ruolo dello psicofarmaco e viene diluita l’assolutezza dell’affermazione di prima.
Ancora, al minuto 36 circa: “Faccio tanta terapia, ho trovato la mia molecola. Tra gli psicofarmaci devi trovare il tuo. Poi devo lavorare moltissimo su te stesso”. Questo è quello che mi sentite ripetere numerosissime volte, cioè che l’associazione tra neuropsicofarmacologia e psicoterapia è meglio che una sola delle due alternative, quasi sempre.
Il messaggio finale che mi sento di sottolineare è che parlare di salute mentale è importante, e farlo nei giusti modi ancora di più. Quando ho letto le testate giornalistiche ho provato molta rabbia, perché quella frase, da sola, getta ombra sul ruolo mio e dei miei farmaci. Ma c’è un altro pezzo che va ascoltato. Quindi, ancora una volta, ricordiamoci l’importanza di scegliere fonti di informazione complete e di verificare. A volte si scoprono dettagli importanti, che cambiano l’atmosfera generale di un discorso.
Fedez è stato preciso? No, personalmente l’ho trovato un po’ goffo e imprudente. Ma poi ha riequilibrato le sue affermazioni. Forse si poteva veicolare il concetto meglio fin da subito?, ad esempio: “Questa è la mia esperienza, ma è la mia, appunto, non prendetela come qualcosa di assoluto”. Certo, sarebbe stato particolarmente proficuo, a mio giudizio, proprio perché la salute mentale è un argomento delicato.
Credo che nel modo in cui ci esprimiamo ci sia un grande potere. Per gestire un potere così grande bisogna fare attenzione, sempre. Raccontare la propria vicenda non equivale a fare divulgazione.
La responsabilità è sia di chi genera informazione, nel scegliere parole caute, sia di chi la fruisce, nel prediligere sorgenti sicure e sostenute da una autorevolezza di fondo.
Scegliamo con cura cosa dire. Scegliamo con cura chi e cosa ascoltare. Vi leggo nei commenti!

